Whatsapp: un invito ad una scelta consapevole

WhatsApp: un invito ad una scelta consapevole

Prima di scrivere questo ho voluto riflettere un attimo.

Ormai da diversi anni mi occupo di privacy e sicurezza dei dati, con la convinzione che le nuove normative sulla privacy siano un baluardo per i diritti dell’individuo e, dall’altro, se sapientemente ed eticamente utilizzati i dati sono anche una preziosa risorsa per le aziende o in generale per l’economia.

È noto che in alcuni casi c’è un forte sbilanciamento tra queste due facce, come le recenti notizie girate riguardo WhatsApp, azienda appartenente al gruppo Facebook.

Fortunatamente noi in Europa abbiamo il GDPR che ci sta facendo in qualche misura da scudo. In effetti il Garante della privacy, che non tutti forse sanno è lì per tutelare le persone, sta analizzando a fondo la questione perché gli è apparsa poco chiara.

I problemi sul piatto, dal mio punto di vista, sono essenzialmente due:

  1. possono usare i dati per profilarmi ed indirizzare, forse meglio, i miei acquisti;
  2. usare i miei dati, profilandomi, per creare attorno a me un mondo virtuale.

Ed è il secondo punto il vero problema.

Tim Kendal, ex direttore della monetizzazione di Facebook, in una udienza presso il Congresso americano ha dichiarato quale sia il modo in cui Facebook (ma io direi tutti i Big Social) utilizza le emozioni delle persone per mantenerle il più possibile sulla piattaforma, come fosse una dipendenza.

In estrema sintesi, per ragioni di profitto, Tim Kendal racconta al Congresso che gli algoritmi intelligenti fanno in modo di creare quello che eufemisticamente possiamo chiamare “mettere zizzania”, ovvero fare in modo di trovare notizie che siano in linea con le proprie idee e, contemporaneamente, farti trovare un nemico verso cui opporre il tuo punto di vista e provare per lui un antagonismo (artificiale).

Si tratta di innescare quella partigianeria un po’ insita nelle persone amplificandola, come fa notare Kendal, enormemente e molto velocemente, con il forte rischio che la divisione diventi qualcosa di molto pericoloso perché si può riversare nel mondo reale.

La scusa quindi di chiudere o bloccare utenti “perché contro le politiche dell’azienda” è e rimane solo un pretesto per fare censura mirata, spesso per nulla rispondente al vero.

Ovviamente questo algoritmo “intelligente“ non riesce a trovare il punto debole con tutti gli utenti, specie con quelli “sgamati”. Ma questo è un altro discorso, perché il problema è la massa di persone che vengono, volutamente, indirizzate verso una certa forma di pensiero.

In breve non è quindi un problema limitato al mostrarmi pubblicità mirata, ma indottrinarmi in qualche misura e a mia insaputa.

Quindi con WhatsAppè tutto vero quello che si dice?

WhatsApp fu venduta a Facebook per 19 miliardi di dollari, ed i suoi fondatori, rimasti poi in azienda, chiesero a Facebook di mantenere sacra la privacy delle persone. Nessun dato doveva essere utilizzato al di là di fornire il servizio di messaggistica. Nessuna pubblicità.

Quelli di FB (Facebook) dissero sì, poi nel 2017 uno dei due fondatori di Whatsapp uscì dall’azienda affermando che FB aveva tradito la sua promessa. In qualche modo pochi lo hanno ascoltato, forse pensando che era una semplice sfuriata di un ex dipendente.

Ma oggi abbiamo la certezza che FB ha tradito la sua promessa.

Solo il GDPR e gli utenti che si sono resi conto di quello che accadeva ha fatto fare, almeno sulla carta, un passo indietro all’azienda qui in Europa. Perché, e ve lo posso garantire di prima persona perché l’ho letta, avevano cambiato l’informativa privacy anche per gli europei.

Poi un passo indietro, scusandosi per aver sbagliato il “link”… peccato che quell’informativa, subito rimossa, era in italiano.

Non ci è dato sapere al momento se i dati che vanno negli USA per ragioni di fornitura del servizio, verranno trattati come indicato oppure no, dobbiamo solo “fidarci” della loro parola.

La speranza è che, visto quanto accaduto in USA, le autorità adottino normative e leggi che mitighino la pervasività di un monopolio di fatto, come sembra sia loro intenzione.

Una delle opzioni sul tavolo è di smembrare le società e, per noi del vecchio continente, l’idea è avere ad esempio una FB scollegata da quella USA.

Nel frattempo uno deve essere consapevole di quello che potenzialmente può succedere per prendere una decisione ragionata.

Io, dalla mia, sto lavorando per abbandonare queste piattaforme. Non certo per paura dell’uso dei miei dati. Ma per coerenza con lo spirito della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo sulla privacy:

“Nessun individuo potrà essere sottoposto ad interferenze arbitrarie nella sua vita privata, nella sua famiglia, nella sua casa, nella sua corrispondenza, né a lesioni del suo onore e della sua reputazione.”

Non è carta straccia. Il GDPR è una sua conseguenza.

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