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	<title>password &#8211; Romani Paolo</title>
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	<description>Metodo Privacy passo dopo passo - GDPR</description>
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	<title>password &#8211; Romani Paolo</title>
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		<title>Sembra una formula matematica ma è solo la password del Wi-Fi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Romani Paolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 08 Sep 2026 10:09:52 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[“Formula all’avanguardia, questa?”“No, è la password del Wi-Fi.” Fa sorridere, perché certe password sembrano davvero impossibili da ricordare. Una sequenza di lettere, numeri, simboli, parentesi. Talmente complicata da farci pensare: così siamo al sicuro. Ma siamo sicuri? Perché quella stessa password, magari, è scritta su un post-it vicino al monitor. Oppure la conoscono tutti in ufficio. Oppure viene usata da anni e la sanno ancora anche persone che non lavorano più lì. A quel punto la complessità serve a poco. Ed è proprio qui che il discorso diventa interessante anche dal punto di vista del GDPR. Quando attraverso quella rete ]]></description>
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<p class="wp-block-paragraph">“Formula all’avanguardia, questa?”<br>“No, è la password del Wi-Fi.”</p>



<p class="wp-block-paragraph">Fa sorridere, perché certe password sembrano davvero impossibili da ricordare. Una sequenza di lettere, numeri, simboli, parentesi. Talmente complicata da farci pensare: <strong>così siamo al sicuro</strong>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma siamo sicuri?</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché quella stessa password, magari, è scritta su un post-it vicino al monitor. Oppure la conoscono tutti in ufficio. Oppure viene usata da anni e la sanno ancora anche persone che non lavorano più lì.</p>



<p class="wp-block-paragraph">A quel punto la complessità serve a poco.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ed è proprio qui che il discorso diventa interessante anche dal punto di vista del GDPR.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Quando attraverso quella rete Wi-Fi si accede a computer, gestionali o documenti che contengono dati personali, la gestione degli accessi non è più solo una questione informatica. Diventa una questione di protezione dei dati.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il GDPR chiede alle aziende di adottare misure adeguate per proteggere le informazioni che trattano. In pratica, non basta avere una password difficile: bisogna sapere <strong>chi può accedere, perché può farlo e cosa succede quando quell’accesso non serve più</strong>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La stessa cosa vale per gli account condivisi, per le credenziali date ai collaboratori, per la rete degli ospiti, per i dispositivi personali collegati alla rete aziendale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sono tutte piccole cose.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma la privacy si gioca spesso proprio lì.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non nei documenti ben impaginati, ma nelle abitudini quotidiane.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La frase più pericolosa, in questi casi, è sempre la stessa: <strong>“Abbiamo sempre fatto così.”</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Abbiamo sempre condiviso la password.<br>Abbiamo sempre usato quell’account.<br>Abbiamo sempre lasciato tutto collegato.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Finché un giorno qualcosa cambia e ci accorgiamo che nessuno aveva davvero il controllo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È anche per questo che esiste il <strong>Metodo Privacy Passo Dopo Passo</strong>: per aiutare le aziende a guardare come lavorano davvero, capire dove ci sono punti deboli e mantenere nel tempo la compliance GDPR.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché essere in regola non significa soltanto avere i documenti giusti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Significa avere un’organizzazione che sa cosa sta facendo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E allora, la prossima volta che vedi una password lunga come una formula matematica, prova a farti una domanda diversa: <strong>chi la conosce?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Da lì, spesso, si capiscono molte più cose sulla sicurezza di un’azienda che dalla password stessa.</p>
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		<title>Accessi aziendali: istruzioni per l’uso (e per non finire nei guai)</title>
		<link>https://www.romanipaolo.it/accessi-aziendali-istruzioni-per-luso-e-per-non-finire-nei-guai/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Romani Paolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 31 Mar 2025 12:56:35 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Privacy]]></category>
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					<description><![CDATA[Magari hai sentito dire che basta avere le credenziali giuste per stare tranquilli. “Se ho username e password, vuol dire che posso entrare, no?”. Ecco, no. O meglio: dipende da come ci entri, da cosa fai una volta dentro, e – soprattutto – da perché ci sei entrato. C’è una storia che ci aiuta a capirlo meglio. Una storia vera, che arriva dritta dritta dalla Corte di Cassazione, la numero 40295 del 2024. È il genere di storia che, se fosse un film, si chiamerebbe “Accesso con sorpresa” o qualcosa del genere. Il protagonista è un dipendente come tanti, uno ]]></description>
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<p class="wp-block-paragraph">Magari hai sentito dire che basta avere le credenziali giuste per stare tranquilli. “Se ho username e password, vuol dire che posso entrare, no?”. Ecco, no. O meglio: dipende da come ci entri, da cosa fai una volta dentro, e – soprattutto – da perché ci sei entrato.</p>



<p class="wp-block-paragraph">C’è una storia che ci aiuta a capirlo meglio. Una storia vera, che arriva dritta dritta dalla Corte di Cassazione, la numero 40295 del 2024. È il genere di storia che, se fosse un film, si chiamerebbe “Accesso con sorpresa” o qualcosa del genere. Il protagonista è un dipendente come tanti, uno che ogni mattina timbra il cartellino e si collega al sistema informatico dell’azienda con il suo bel nome utente e la sua password. Nulla di strano, fin qui.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Solo che questo dipendente ha avuto un’idea un po’ bislacca: ha usato l’accesso per scopi che col lavoro non c’entravano proprio nulla. Ha preso informazioni riservate – quelle che di solito sono chiuse a chiave in un cassetto virtuale – e le ha usate per minacciare una persona e ottenere un vantaggio. Detto fuori dai denti: ha fatto una specie di “estorsione digitale”.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ora, uno potrebbe pensare: “Eh, però non ha mica violato il sistema&#8230; le credenziali erano sue!”. Già. Ma il punto non è solo <em>come</em> entri, è anche <em>perché</em>. Se ti danno le chiavi di casa per innaffiare le piante e tu ci organizzi un rave party, non è che puoi cavartela dicendo “avevo le chiavi”.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La Corte, infatti, ha detto chiaramente che l’accesso si considera <em>abusivo</em> anche se avviene con credenziali legittime, se serve a fare cose che non dovresti fare. Tradotto: se sfori i limiti delle tue mansioni, o usi quei dati per motivi personali, o peggio ancora per danneggiare qualcuno, stai commettendo un reato. Anche se nessun firewall ti ha detto “Accesso negato”.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E qui casca l’asino – o meglio, qui comincia il vero problema.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché tutti, prima o poi, abbiamo accesso a qualcosa: una cartella riservata, una casella email, una piattaforma gestionale. E a volte, senza nemmeno accorgercene, potremmo varcare un confine invisibile. Come quando sei in bici e passi su un marciapiede stretto: magari nessuno ti dice niente, ma stai comunque occupando uno spazio che non ti è concesso.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma torniamo al nostro protagonista. Il fatto che avesse le credenziali non lo protegge affatto. Anzi, dimostra che aveva una responsabilità ancora maggiore. È come se un medico usasse la sua posizione per sbirciare le cartelle cliniche dei vicini, o se un professore leggesse le email degli studenti per farsi gli affari loro. C’è un confine tra ciò che <em>puoi</em> fare tecnicamente, e ciò che <em>devi</em> fare eticamente e legalmente.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>E allora viene da chiedersi: come si usano, davvero, in modo corretto le credenziali aziendali?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Partiamo da una regola semplice: ogni credenziale è come una carta d’identità, personale e intrasferibile. Se la presti, commetti un errore. Se la usi per curiosare dove non dovresti, pure. E se la perdi o te la rubano, potrebbe iniziare una catena di guai che manco in una telenovela.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Pensaci un attimo: le credenziali sono un po’ come le chiavi del tuo armadietto. Se le lasci incustodite in palestra, chiunque può aprire e leggere i tuoi appunti, prendere i tuoi panini o – peggio – metterti nei guai. Allo stesso modo, se scrivi la tua password su un post-it attaccato al monitor o la condividi in chat con il collega “tanto per comodità”, stai facendo un autogol in piena regola.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma non è solo una questione di buon senso. Ci sono regole precise, spesso scritte nei regolamenti aziendali, che dicono cosa puoi fare con i tuoi accessi e cosa no. E non rispettarle può portare a conseguenze serie, come abbiamo visto. Non è solo una faccenda interna, ma anche penale. Sì, hai capito bene: penale. Con tanto di processo, giudici e sentenze.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>E allora come si fa a stare sul sicuro?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Intanto, bisogna conoscere i propri limiti. Non nel senso filosofico del “conosci te stesso”, ma in modo molto concreto: sapere esattamente quali dati puoi consultare, quali operazioni ti sono permesse, e quando è il caso di dire “meglio chiedere prima”. Se nel tuo ruolo non rientra la lettura di certe informazioni, anche solo aprirle “per curiosità” può essere considerato abuso. Non è molto diverso dal ficcare il naso nel cassetto di un collega: anche se non prendi nulla, stai comunque invadendo uno spazio non tuo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Poi c’è la questione della finalità. Ogni accesso deve avere uno scopo coerente con il tuo lavoro. Se scarichi un file per rispondere a un cliente, ok. Se lo fai per usarlo altrove, o peggio ancora per danneggiare qualcuno, scatta l’allarme. È un po’ come usare la fotocopiatrice dell’ufficio: stampare una relazione per il capo va bene; stampare il biglietto del concerto per tutta la classe no. Tecnologicamente possibile, eticamente sbagliato.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Un altro punto basilare riguarda la protezione delle credenziali. Le password devono essere robuste, aggiornate spesso, e custodite come se fossero la password del tuo conto in banca. Anzi, forse meglio. Perché un accesso aziendale non dà solo accesso ai tuoi dati, ma a quelli di molti altri. È come avere la chiave di un condominio, non solo del tuo appartamento.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E non è solo una questione di password. Anche i dispositivi contano: il PC aziendale va protetto con antivirus, aggiornamenti, blocco dello schermo. Lasciarlo incustodito con sessione aperta è come uscire di casa lasciando la porta spalancata e un cartello con scritto “fate pure”. Nessuno dovrebbe farlo, eppure succede più spesso di quanto immaginiamo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma anche l’azienda ha un ruolo decisivo. Deve formare i dipendenti, chiarire cosa si può e non si può fare, predisporre controlli adeguati. Un po’ come un allenatore che deve spiegare le regole del gioco prima di mandare in campo i giocatori. Se nessuno ti dice che toccare il pallone con le mani è fallo, non puoi sapere che stai sbagliando. Ma se te lo dicono, e tu lo fai lo stesso&#8230; allora sì che scatta il cartellino rosso.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La cosa interessante è che tutto questo non è teoria. Ogni giorno ci sono episodi, piccoli o grandi, in cui le credenziali vengono usate male: l’impiegato che entra nella cartella HR per leggere le ferie dei colleghi, il tecnico che copia dati per “usarseli poi in un altro posto”, il responsabile che accede a email altrui senza permesso. Magari nessuno se ne accorge subito, ma il rischio c’è sempre.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E il danno non è solo per chi subisce l’invasione. È anche per l’azienda. Perché un accesso abusivo può comportare sanzioni, danni reputazionali, cause civili. Basta una leggerezza per ritrovarsi in un pasticcio che nemmeno il miglior avvocato riesce a districare del tutto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La sentenza della Cassazione, quindi, non è solo un caso isolato. È un campanello d’allarme. Ci dice, con parole chiare, che avere le credenziali non ti dà carta bianca. Che ogni accesso va valutato, motivato, tracciato. E che la fiducia riposta in te non è un lasciapassare, ma una responsabilità.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E forse, proprio da qui possiamo partire per cambiare l’approccio: smettere di vedere username e password come semplici strumenti tecnici, e iniziare a trattarli per quello che sono davvero. Chiavi d’accesso a un mondo digitale dove ogni gesto lascia una traccia, e dove le conseguenze, a volte, possono essere molto più reali di quanto pensiamo.</p>
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		<title>123456 e la cultura della sicurezza: c&#8217;è ancora tanto da fare</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Romani Paolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 20 Nov 2024 11:02:16 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Ogni anno, nonostante i continui avvertimenti degli esperti, milioni di persone continuano a utilizzare password deboli e facilmente prevedibili. Secondo un recente studio condotto da NordPass, &#8220;123456&#8221; rimane la password più utilizzata al mondo, adottata da oltre 3 milioni di utenti per scopi personali e da 1,2 milioni per quelli lavorativi. In Italia, la situazione non è diversa: &#8220;123456&#8221; è ancora la password più comune, seguita da &#8220;cambiami&#8221; e &#8220;123456789&#8221;. Questa tendenza evidenzia una preoccupante mancanza di consapevolezza riguardo alla sicurezza informatica. Nonostante l&#8217;introduzione di normative come il GDPR e la direttiva NIS2, che mirano a proteggere i dati personali ]]></description>
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<p class="wp-block-paragraph">Ogni anno, nonostante i continui avvertimenti degli esperti, milioni di persone continuano a utilizzare password deboli e facilmente prevedibili. Secondo un recente studio condotto da NordPass, &#8220;123456&#8221; rimane la password più utilizzata al mondo, adottata da oltre 3 milioni di utenti per scopi personali e da 1,2 milioni per quelli lavorativi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In Italia, la situazione non è diversa: &#8220;123456&#8221; è ancora la password più comune, seguita da &#8220;cambiami&#8221; e &#8220;123456789&#8221;.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Questa tendenza evidenzia una preoccupante mancanza di consapevolezza riguardo alla sicurezza informatica. Nonostante l&#8217;introduzione di normative come il GDPR e la direttiva NIS2, che mirano a proteggere i dati personali e a rafforzare la sicurezza delle reti e dei sistemi informativi, l&#8217;adozione di password deboli indica che c&#8217;è ancora molta strada da fare.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Le password semplici come &#8220;123456&#8221; possono essere violate in meno di un secondo, esponendo gli utenti a rischi significativi, come il furto di identità e l&#8217;accesso non autorizzato ai propri account. Questo comportamento mette in luce la necessità di un cambiamento culturale nell&#8217;approccio alla sicurezza digitale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È fondamentale che gli utenti comprendano l&#8217;importanza di creare password complesse e uniche per ciascun account, evitando l&#8217;uso di combinazioni ovvie o informazioni personali facilmente reperibili. L&#8217;implementazione di misure come l&#8217;autenticazione a due fattori può offrire un ulteriore livello di protezione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Inoltre, le aziende devono promuovere una cultura della sicurezza informatica tra i propri dipendenti, fornendo formazione adeguata e implementando politiche rigorose per la gestione delle password. Solo attraverso un cambiamento di mentalità e un impegno collettivo sarà possibile migliorare la sicurezza digitale e proteggere efficacemente i dati personali.</p>
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